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L'uliveto diviso a metà
Quando il notaio le lesse il testamento della nonna, Irene pensò che ci fosse un errore. Lei, architetta milanese che non toccava la terra da quindici anni, aveva ereditato duecento ulivi nel Salento. O meglio: metà di un uliveto. L'altra metà apparteneva a un certo Nicola De Santis, che, secondo il notaio, sarebbe stato felicissimo di comprare anche la sua parte.
Irene scese a Lecce a ottobre, decisa a firmare in fretta e a tornare a Milano entro una settimana. Nicola la aspettava davanti al vecchio cancello, con le mani in tasca e una camicia piena di macchie di terra. Aveva più o meno la sua età e un'aria che a Irene non piacque per niente: quella di chi è convinto di avere sempre ragione.
— Le faccio una buona offerta — disse lui, senza nemmeno presentarsi. — Tanto lei qui non ci tornerebbe mai.
Fu probabilmente quella frase a rovinare tutto. O a salvarlo.
— Io non vendo niente — rispose Irene, che fino a un minuto prima aveva intenzione di vendere tutto. — Prima voglio vedere il raccolto.
Nicola alzò un sopracciglio. — Il raccolto comincia lunedì. Alle sei. Se viene, porti dei guanti.
Irene si presentò lunedì alle sei meno cinque, con dei guanti da giardino comprati al supermercato e un paio di scarpe da ginnastica bianchissime. Nicola non fece commenti, ma Irene lo vide ridere sotto i baffi.
Il lavoro era più duro di quanto avesse immaginato. Bisognava stendere le reti sotto gli alberi, battere i rami con lunghe canne, raccogliere le olive cadute, riempire le cassette e caricarle sul furgone prima che il sole diventasse troppo forte. La sera le facevano male muscoli che non sapeva nemmeno di avere.
Eppure, giorno dopo giorno, qualcosa cambiò. Nicola le insegnò a riconoscere le varietà e a distinguere un ulivo di cento anni da uno di cinquecento, con il tronco attorcigliato come una corda. Le raccontò che sua nonna e la nonna di Irene erano state amiche per tutta la vita e che, da piccoli, d'estate, loro due avevano giocato insieme tra quegli stessi alberi.
— Non è vero — disse Irene. — Me lo ricorderei.
— Mi avevi tirato una cassetta in testa perché avevo detto che le tue trecce erano brutte. Ho ancora la cicatrice.
Irene scoppiò a ridere e d'un tratto se ne ricordò: un bambino magrissimo, una cassetta, un pianto disperato, due nonne che ridevano all'ombra di un ulivo.
L'ultimo giorno portarono le olive al frantoio. L'olio nuovo uscì verde e torbido, con un profumo di erba tagliata. Nicola ne versò un filo su una fetta di pane abbrustolito e gliela porse.
— Allora? Vendi?
Irene masticò lentamente, guardando gli ulivi oltre la finestra del frantoio, d'argento nella luce del tramonto.
— Se tu mi avessi fatto quell'offerta a Milano, avrei accettato subito — disse. — Ma qui no.
— E allora che cosa facciamo con questo uliveto diviso a metà?
Irene ci pensò su. Poi gli prese di mano la bottiglia d'olio, come per sigillare un contratto.
— Lo uniamo. Per il momento, solo l'uliveto.






