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Gli angeli del fango
La mattina del 4 novembre 1966 Firenze si svegliò in un silenzio sbagliato. Pioveva da due giorni, ma non era la pioggia a inquietare Giovanna, che dalla finestra della sua stanza in affitto, a Santa Croce, vedeva la strada trasformata in un torrente color caffellatte. Era il silenzio: niente motorini, niente voci, niente radio dalle finestre. Solo l'acqua che saliva, gradino dopo gradino, con la calma di chi ha tutto il tempo del mondo.
Aveva vent'anni, studiava lettere e fino a quel giorno aveva creduto che i fiumi restassero dove li mettevano le carte geografiche. L'Arno aveva deciso altrimenti. Quando l'acqua cominciò a ritirarsi, si lasciò dietro una città irriconoscibile: automobili accatastate come giocattoli, vetrine sventrate e, ovunque, uno strato di fango denso e oleoso che sapeva di nafta e di cantina.
Fu un compagno di corso, Sandro, a bussare alla sua porta tre giorni dopo, con gli stivali incrostati fino al ginocchio. — Alla Nazionale hanno bisogno di braccia — disse. — I libri sono sott'acqua.
La Biblioteca Nazionale aveva i magazzini nei sotterranei. Quando Giovanna vi scese per la prima volta, con una torcia in mano e una sciarpa sul naso, credette di aver sbagliato posto. Non c'erano scaffali, ma una specie di palude bruna in cui galleggiavano, gonfi come spugne, centinaia di volumi: giornali dell'Ottocento, carteggi, edizioni che lei aveva visto citate soltanto nelle note a piè di pagina dei suoi manuali.
Si lavorava formando una catena umana, dalla mattina a notte fonda. Il fango passava di mano in mano insieme ai libri: dal sotterraneo alla scala, dalla scala al cortile, dal cortile ai camion che li portavano a essiccare nelle serre, nelle caldaie, perfino negli essiccatoi del tabacco. Accanto a Giovanna passavano ragazzi inglesi con la chitarra in spalla, studentesse tedesche, un ingegnere in pensione arrivato da Prato in bicicletta. Ci si capiva con un esperanto di gesti e imprecazioni sussurrate. I giornali li avrebbero chiamati «angeli del fango»; loro, allora, si sentivano soprattutto stanchi, infreddoliti e affamati.
Una sera, verso la fine della seconda settimana, Giovanna si ritrovò tra le mani un volumetto diverso dagli altri. Era piccolo, rilegato in pelle scura, e le pagine, incollate dal fango, formavano un unico blocco. Stava per passarlo avanti quando notò, sulla copertina, una data incisa a mano: 1821. E sotto, quasi illeggibile, un nome di donna.
Avrebbe dovuto metterlo nella cassetta come tutti gli altri. Invece rimase un attimo immobile, con quel peso fradicio tra le dita, e provò qualcosa che non avrebbe saputo spiegare: la sensazione vertiginosa che qualcuno, a un secolo e mezzo di distanza, le stesse chiedendo di non essere dimenticato. Lo avvolse in un foglio di carta assorbente, con la cura con cui si fascia una ferita, e lo consegnò di persona a una restauratrice. Poi tornò giù, nella palude, e per molti anni non ci pensò più.
Ci ripensò quarant'anni dopo, quando la biblioteca allestì una mostra per l'anniversario dell'alluvione. Giovanna, che nel frattempo era diventata insegnante di liceo e nonna, ci andò quasi per dovere, trascinandosi dietro una nipote annoiata. Tra le vetrine, accanto a fotografie in bianco e nero in cui faticava a riconoscersi, c'era un piccolo volume rilegato in pelle scura, aperto a metà.
Era un diario. Le pagine, restaurate una per una nel corso di anni, mostravano una grafia minuta e ordinata, qua e là ancora velata da un alone bruno che nessun restauro era riuscito a cancellare del tutto. La didascalia spiegava che era appartenuto a una giovane fiorentina dell'Ottocento, che vi annotava ricette, letture e i nomi dei fiori del suo giardino: non un documento importante, precisava, ma una rara testimonianza di vita quotidiana, salvata dal fango grazie a un'anonima volontaria.
La nipote si accorse che la nonna stava piangendo e, imbarazzata, le chiese se si sentisse male.
— No — rispose Giovanna, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano, come allora. — Ho appena ritrovato una vecchia amica.




