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La corsa di Portici
Nell'autunno del 1839, a Napoli, non si parlava d'altro. Da qualche settimana una macchina di ferro, nera e sbuffante, correva lungo il mare fino a Portici, trascinandosi dietro una fila di carrozze piene di signori impettiti e di curiosi. La chiamavano la strada ferrata, ed era la prima di tutta la penisola.
Salvatore Cuomo, vetturino da vent'anni, la chiamava in un altro modo, che non si può ripetere davanti alle signore. Per vent'anni aveva portato nobili, mercanti e forestieri dalla città alle ville affacciate sul golfo, tra Portici e Resina, con la sua carrozzella gialla e la sua cavalla Stella, baia, testarda e veloce come poche. E adesso quella caldaia con le ruote minacciava di lasciarlo senza pane.
«Nove minuti», disse una sera don Alfonso, l'oste, mentre gli versava il vino. «Da Napoli a Portici in nove minuti. Tu quanto ci metti, Salvatò? Mezz'ora?»
«Con Stella? Un quarto d'ora, se la strada è libera», rispose Salvatore, punto sul vivo. «E se quel coso si guasta a metà strada, come tutte le invenzioni dei forestieri, arrivo prima io.»
Nella taverna calò un silenzio interessato. Don Alfonso si asciugò le mani sul grembiule con la lentezza di chi ha già fiutato l'affare.
«Scommettiamo», propose. «Domenica, treno delle dieci. Se arrivi prima tu, per un mese bevi gratis. Se arriva prima il treno, per un mese paghi da bere a tutti quelli che sono qui stasera.» Salvatore contò le teste: erano diciannove. Strinse la mano all'oste lo stesso.
La domenica mattina mezza Napoli si era data appuntamento alla stazione. Stella, strigliata e lucida come una moneta nuova, scalpitava accanto ai binari, mentre la locomotiva sbuffava nuvole di vapore che facevano tossire le signore. Quando il capostazione fischiò, Salvatore fece schioccare la frusta nell'aria, senza toccare la cavalla, che partì come se avesse capito la posta in gioco.
Per qualche centinaio di metri la gara fu persino emozionante. La strada costeggiava i binari, e la folla vide con i propri occhi la carrozzella gialla tenere testa al treno, tra le grida dei ragazzini che correvano dietro a entrambi. Poi la locomotiva prese velocità, con un fischio che a Salvatore parve una risata, e in pochi istanti divenne un pennacchio di fumo all'orizzonte.
Il resto del percorso fu un'umiliazione lunga quasi venti minuti. Carri di frutta, un gregge di capre, un prete a dorso di mulo e due venditori di acqua sulfurea che litigavano in mezzo alla via: sembrava che l'intera provincia si fosse messa d'accordo per fargli perdere tempo. Quando finalmente arrivò a Portici, il treno era fermo da un pezzo, e il macchinista si stava fumando la pipa con l'aria di chi non ha mai avuto fretta in vita sua.
Salvatore scese dalla cassetta e accarezzò il collo sudato di Stella. «Non è colpa tua», le mormorò. «È che quello non mangia biada.» Stava già facendo i conti di quanto gli sarebbe costato un mese di vino per diciannove persone, quando notò una cosa curiosa.
Davanti alla piccola stazione, i passeggeri scesi dal treno non se ne andavano. Erano lì, in piedi sotto il sole, con i bauli, le cappelliere e i bambini, a guardarsi intorno smarriti. La ferrovia li aveva portati a Portici in nove minuti, certo; ma le loro ville erano sparse lungo la costa, a uno, due, tre chilometri di distanza, e nessuno aveva pensato a come raggiungerle.
Una signora anziana, con un cappellino carico di ciliegie di stoffa, gli si avvicinò per prima. «Buon uomo, è libero? Devo andare a Villa Lauri, a Resina, e con questo caldo a piedi non ci arrivo.» Salvatore la guardò, guardò la folla alle sue spalle e sentì nascere dentro di sé un sorriso che non provò nemmeno a trattenere.
Quel giorno fece undici corse, una dietro l'altra, finché Stella non si rifiutò di fare un passo in più e pretese un secchio d'acqua e un'ora d'ombra. La sera, contando le monete sul tavolo di cucina, Salvatore scoprì di aver guadagnato più che in un'intera settimana di viaggi da Napoli. Sua moglie Carmela, che aveva saputo della scommessa dalla vicina e lo aspettava con la scopa in mano, la posò lentamente contro il muro.
La primavera seguente, le carrozzelle erano tre, guidate da Salvatore, da suo cognato e da un nipote fin troppo sveglio. Sulla fiancata di ciascuna c'era una scritta in vernice rossa, che Carmela aveva voluto grande e ben leggibile: «Coincidenza col vapore». A ogni treno che arrivava a Portici, i tre vetturini erano già lì ad aspettarlo, in fila, con i cavalli dissetati e i cuscini sprimacciati.
Il debito con don Alfonso, naturalmente, Salvatore lo pagò fino all'ultimo bicchiere, e senza lamentarsi. Anzi, l'ultima sera del mese alzò il calice davanti a tutta la taverna. «Al treno», disse, «che corre più di Stella, ma non sa portare le signore fino a casa.» E per una volta nessuno trovò niente da ridire.






